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ALTRI ANNI






Targa Florio: inaugurato a Collesano un pannello celebrativo

E’ stato inaugurato a Collesano un mosaico celebrativo che racconta un momento della Targa Florio 1955,
con l’interpretazione artistica, curata da Joe Manganello, del passaggio nel centro abitato del ridente paese madonita
 della
Mercedes 300 SLR di Stirling Moss e Peter Collins, vincitori della 39^ edizione della mitica corsa siciliana.



1° Stirling Moss - Peter Collins n.104 Mercedes 300 SLR
16 ottobre 1955 - 39° edizione - Campionato Mondiale Marche - Piccolo circuito delle Madonie 72 Km13 giri 936 Km - 47 partenti, 20 arrivati,
20 classificati


La Targa Florio, la più antica corsa del mondo, una tra le più difficili e prestigiose, ancora vive tra i tornanti e i percorsi che un tempo
hanno rappresentato la pista dove hanno corso tanti nomi celebri e tanti volti della storia dell'automobilismo; vive nell'entusiasmo di chi l'ha conosciuta in prima persona ed ancora oggi infiamma il cuore dei suoi tanti appassionati.
La manifestazione ha coinvolto un intero popolo per ben 61 edizioni, con un milione di persone che si assiepavano lungo un tortuoso circuito di ben 72 chilometri che attraversava Cerda, Collesano e Campofelice di Roccella, per assistere ad una gara che ogni volta lasciava letteralmente senza respiro. Erano, in attesa, soprattutto del "preside volante" Nino Vaccarella, asso palermitano, vincitore delle più prestigiose gare del mondo.
 [Articolo di PalermoMania.it]
2° Juan Manuel Fangio - Karl Kling n.112 Mercedes 300 SLR0 - 3° Eugenio Castellotti - Robert Manzon n.116 Ferrari 857 S
Giro veloce: Stirling Moss 43'07"2/5 (3°) - Km/h 100,17

Fortunate coincidenze hanno permesso di registraree la presenza della vettura protagonista dell’impresa, intervenuta 
al meeting“Mercedes Benz & Friends 2012″, che ha portato 60 vetture d’epoca della casa di Stoccarda sotto il museo 
della Targa Florio. L’inaugurazione del pannello è avvenuta con l’intervento dei manager del Mercedes Benz Classic 
e dei piloti Hans Herrmann, Dieter Glemser e Marcel Tiemann.



Storia della Formula 1

I primi anni (1946-1949)


Scorcio del viale di accesso al Borgo Medioevale del Parco del Valentino di Torino. Su un circuito
ricavato da queste strade, nel 1946 si disputò la prima gara assoluta per vetture di Formula 1

La Formula 1 venne creata nel 1946 dalla Commissione Sportiva Internazionale (CSI) della FIA, antecedente della FISA, come la classe più alta di corse automobilistiche per monoposto scoperte dell'automobilismo mondiale. All'inizio era conosciuta come Formula A – denominazione usata attualmente per la categoria più alta del karting – ma ne venne cambiato il nome dopo appena due anni. L'idea di organizzare un campionato mondiale piloti venne formalizzata nel 1947, ma già nel 1939 la vecchia AIACR, con il cambiamento del sistema di punteggio avvenuto nel Campionato Europeo Piloti, stava cominciando a pensare a questa soluzione. Lo scoppio del conflitto bloccò temporaneamente tutti i programmi.

Negli anni '30 il regolamento per le vetture da Grand Prix era invece basato sul peso massimo della vettura, fissato a 750 kg. Non c'erano limiti per quanto riguardava la cilindrata o il tipo di motore. Si sfidavano dunque vetture con motori potentissimi, come nel 1936: propulsori di 3.8 litri (Alfa Romeo), sia di 5.6 litri a V12 (Mercedes) e infine quelli a 6.0 litri della Auto Union. Nel 1938 la cilindrata venne limitata a 3.0 litri. Venne però istituita anche la categoria "vetturette" con motore 1,5 sovralimentato. Tra queste vi era l'Alfa Romeo 158 che dominerà la scena sino al 1951.

Il nuovo regolamento del 1946 prevedeva un nuovo equilibrio per le vetture tra i motori supercompressi e aspirati. Vennero ammessi i tipi di motore aspirato da 4.5 litri, e quello supercompresso da 1.5 litri delle "Voiturette" d'anteguerra.

La prima corsa disputata con questi nuovi regolamenti si disputò in Italia, e precisamente a Torino il 1º settembre del 1946, il Gran Premio di Torino, disputato sul Circuito del Valentino – il nome è preso dal Parco del Valentino, dove le vetture correvano sui viali adiacenti al Borgo Medioevale – e venne vinta da Achille Varzi alla guida di una Alfa Romeo 158 detta Alfetta, anche se in realtà le macchine non avevano subito grandi cambiamenti da quelle che avevano corso le stagioni precedenti. Quella di Varzi era stata progettata e costruita prima della guerra.

I Campionati per i Piloti e quello per i Costruttori non vennero immediatamente reintrodotti. Nei primi anni si gareggiavano intorno alle 20 corse, tenute in Europa dalla tarda primavera ai primi di autunno, e l'esempio del circuito cittadino di Torino venne seguito immediatamente, oltre che in Inghilterra, da Milano, Bari, Sanremo, Pescara, Siracusa, Napoli e Modena in Italia; Nizza, Marsiglia, Albi, Pau, Comminges e Parigi in Francia; e infine dal circuito di Chimay in Belgio dove si disputava il Grand Prix des Frontieres.

In particolare il circuito cittadino di Ospedaletti, che ospitò dal 1948 al 1951 il Gran Premio di Sanremo per vetture di Formula 1 e in seguito per altri tipi di vetture, fu l'ultimo dei circuiti stradali cittadini di quel periodo a chiudere i battenti nel 1972. Le vetture più competitive venivano dall'Italia, in particolare l'Alfa Romeo. Nel periodo 1946–1949 si assisteva al tramonto della carriera dei vecchi piloti anteguerra come lo stesso Varzi, Jean-Pierre Wimille e Tazio Nuvolari, mentre piloti come Ascari e Fangio iniziavano a farsi notare.





http://www.youtube.com/watch?gl=IT&v=YExRktlV5Kk
Formula 1 history 1947-1967 onboard

Piloti che corrono oltre il limite
Ci sono piloti che corrono oltre il limite. Oltre ciò che la meccanica può sopportare. Piloti che spingono la propria vettura e sé stessi in una situazione “precaria”, nella quale l’errore è dietro l’angolo. Castellotti, Rosemeyer, Senna, Mansell, Gilles Villeneuve sono (esempi di) piloti che hanno corso così, senza darsi dei limiti, senza calcolare il limite del mezzo meccanico. Prendiamo Castellotti, uno degli “indisciplinati”, di cui Delli Carri ci racconta magistralmente: durante la Targa Florio del 1956 era in coppia con Collins. Il pilota di Lodi spinse così forte nei primi giri che provocò un cedimento meccanico. Fu così che Collins gli raccomandò di essere più leggero col piede, la prossima volta. Oppure a Monza, sempre quell’anno, quando nel folle inseguimento a Musso distrusse le sue gomme e rischiò grosso in un incidente. Castellotti si giustificò col fatto che era stato Musso a scegliere quella folle tattica. Però Lui gli era andato dietro, senza riflettere sul fatto che, con una gestione più intelligente del mezzo, avrebbe potuto avere la meglio. La sua spregiudicatezza, però, gli regala un successo incredibile, quello alla Mille Miglia del 1956, vinta percorrendo l’ultimo tratto sotto al diluvio, con un’auto scoperta e gli occhiali rotti. Castellotti aveva spinto tutta la gara, e continuò a spingere fino alla fine, anche se nel finale si trovò a guidare quasi alla cieca per colpa della pioggia.
Oppure, prendiamo Bernd Rosemeyer, che nel 1935 regalò spettacolo nelle corse da Gp. A Pescara, quell’anno, fece un incidente incredibile, nel quale saltò un fosse infilandosi tra un palo e il parapetto di un ponte. Bernd era un pilota veloce, ma la sua aggressività nella guida non faceva i conti con la necessità di salvare le gomme (sproporzionate, un po’ come tutto sulle auto da Gp degli anni ’30, rispetto alla potenza delle vetture stesse). Così, ad esempio, accadde al Nurburgring nel 1935. Però solo un pilota di questo genere poteva domare le incredibili Auto Union a motore posteriore, così difficili da guidare.
Se sulle Cooper il motore centrale rientrava in una logica di distribuzione del peso, sulle Auto Union, il motore collocato alle spalle del pilota rendeva la guida impossibile. Tanto è vero che quando Forghieri insisteva presso Ferrari perché seguissero la scuola inglese e adottassero il motore centrale, il Drake portava l’esempio delle inguidabili Auto Union, per dimostrare che quella soluzione non era poi così buona.
Ma torniamo al buon Rosemeyer: un’altra impresa del tedesco è la vittoria al Nurburgring (Gp dell'Eifelrennen) del 1936, quando vince in condizioni di visibilità pessime, staccando a memoria nelle curve. Un’impresa che sarà ripetuta nel 1968 da Stewart, che vinse in condizioni simili. Stewart, però, sapeva bene quali rischi si correvano al Nurburgring (che definì l’inferno verde). Rosemeyer, invece, ragionava meno sull’esistenza del rischio.
Caracciola disse di Rosemeyer "Bernd non sapeva letteralmente cosa fosse la paura e questo a volte non è una buona cosa."Infatti, non fu una buona cosa, per Bernd, rischiare il record di velocità sebbene Caracciola glielo avesse sconsigliato, per via del forte vento. Rosemeyer, infatti, perse la vita durante quella prova. Gilles Villeneuve è stato forse il pilota che meglio di tutti ha incarnato il concetto dell’andare oltre. Non aveva nessun rispetto per il mezzo meccanico; non conosceva limiti. Il famoso giro su tre ruote (a Zandvoort nel 1979) è l’emblema della capacità di Gilles di correre oltre ai limiti.
Non per nulla Gilles è stato uno dei grandi della corsa di Montecarlo (dove il limite tra correre forte e sbagliare è più sottile che in qualunque altro posto). Si racconta che Gilles avesse fatto una scommessa con un fotografo: questi avrebbe dovuto piazzare un fiammifero nel guardrail all’esterno del Tabac, perpendicolarmente al senso di marcia. Gilles scommise di essere capace di rimuoverlo con la posteriore destra senza toccare la barriera. Ovviamente, la scommessa fu vinta di Villeneuve. Di un pilota del genere, come di tutti questi "irruenti del volante", non è stato dato un giudizio univoco. Gilles, c'è stato chi lo ha adorato, chi ha considerato la sua pura sconsideratezza fuori luogo. La morte, forse, ha spento qualche voce critica. è rimasto il mito: chi lo sa se è un bene o un male. Un altro pilota che possiamo ricondurre a questa categoria, dei piloti che guidano oltre il limite, è Ayrton Senna.
Senna rischiava le corse in doppiaggi eseguiti in modo folle. Ayrton era uno che spremeva tutto dalla macchina. A volte, Ayrton non ragionava sul vantaggio che aveva, ma spingeva solo sull’acceleratore, rischiando l’errore. A Monaco nel 1988 perse una gara, che stava dominando, per un errore di guida. Se avesse gestito il suo vantaggio, questo non sarebbe accaduto.
Prost era il suo opposto. Sapeva gestire la vettura in modo fenomenale. Pare che, dopo un gp, i suoi freni fossero così poco consumati da poter essere impiegati nuovamente. Sembrerebbe, quindi, che Prost rappresenti il modo positivo di affrontare una corsa e Senna quello negativo. In realtà non è così. Senna è entrato, al pari di Prost nella leggenda. Piuttosto, bisogna dire che Ayrton, dopo Monaco 1988, capì che per correre senza calcoli, sempre al massimo, era necessario allenare la propria mente. In definitiva, possiamo chiederci se questo correre oltre al limite sia un fatto positivo o negativo. La mia risposta è che questo modo di correre, di per sé, non rappresenta né un fatto positivo, né uno negativo. Credo che l’essenza delle corse sia rappresentata dalla famosa frase di Chapman, secondo cui una buona auto da corsa è quella che si rompe un metro dopo il traguardo (non una che finita la corsa ne può sopportare un’altra o una che si rompe prima che la corsa sia finita ). Significa che nella corsa bisogna dare tutto, però che la corsa deve essere completata. Non per nulla, questi piloti aggressivi sono stati "Dei" quando la loro corsa forsennata ha portato risultati. Viceversa, sono caduti nel fango, quando hanno fallito. Oggi, il rappresentante di questa categoria, di piloti che corrono senza calcoli, all'attacco, è senza dubbio Hamilton.


Formula 1: I migliori di tutti i tempi
Clark - Senna - Schumacher - Prost


Qual è il miglior pilota di Formula 1 di tutti i tempi?
Domanda difficile, epoche troppo differenti, avversari diversi e un gusto personale che può far cadere la scelta su tanti, troppi campioni.
Ma scegliere i migliori di tutti i tempi non dovrebbe essere così difficile.
Il quotidiano inglese, infatti, ha pubblicato la classifica dei 50 migliori piloti di tutti i tempi. E le scelte lasciano, a dir poco, basiti. Non discutiamo il podio, attribuito a Jim Clark, ma, come detto, votare il migliore in assoluto è impossibile e sia Clark sia Senna e Schumacher sarebbero candidati più che validi al primo posto. Ma andiamo oltre.
Quarto si classifica Alain Prost. Il professore è stato l’altro lato della medaglia del Sennismo tra gli anni ’80 e ’90. Ma basta ciò a farlo stare ai piedi del podio? Fangio non è stato più forte, più personaggio e più campione di lui? Dubbi che sono quasi certezze. Ma è scendendo la classifica che i giornalisti della perfida Albione danno il meglio di loro.
Solo undicesimo, infatti, l’italiano Ascari, uno dei pionieri della Formula 1. Davanti a lui, incredibilmente, campioni sicuramente meno importanti come Hakkinen o Alonso. E Niki Lauda? Solo quattordicesimo, preceduto addirittura dal finlandese Kimi Raikkonen, campione del mondo, sì, ma non certo un pilota che verrà ricordato. Il ferrarista precede anche Nelson Piquet e il grande
Gilles Villeneuve, solo diciannovesimo.
Villeneuve, uno dei piloti che hanno fatto innamorare milioni di spettatori, è preceduto anche da Jenson Button. Ebbene sì, il campione del mondo in carica, secondo il Times, vale la sedicesima piazza. Da paracarro a campionissimo in una stagione? Button ha meritato il titolo, ma ha vinto soprattutto perché la Brawn Gp non ha avuto concorrenti.
Leggendo i nomi di Button, di Raikkonen, di Rindt, di Hakkinen o di Mansell fa specie notare che, invece, sono diversi i campioni rimasti fuori dalla Top 20. Chi? Per esempio Clay Regazzoni, Jackie Ickx (preceduto anche da Rubens Barrichello!!!), Jody Scheckter, John Surtees, Mario Andretti o Emerson Fittipaldi. Insomma, nomi che hanno fatto veramente la storia di questo sport,
ma che per gli inglesi non esistono.





Mauro Forghieri: una vita per la Ferrari


L'ingegnere modenese capace di portare al Cavallino sedici Mondiali


In una classifica dei personaggi più importanti della storia Ferrari Mauro Forghieri meriterebbe di occupare una delle prime dieci posizioni della graduatoria. Per quasi 30 anni l'ingegnere modenese è stato responsabile tecnico del reparto corse di Maranello e le auto da lui progettate hanno portato a casa ben sedici titoli Mondiali: 11 in F1 e 5 nell'endurance. Scopriamo insieme la storia del tecnico emiliano.

Mauro Forghieri: la storia

Mauro Forghieri nasce il 13 gennaio 1935 a Modena. Figlio di un meccanico del reparto corse Ferrari, si laurea in ingegneria meccanica nel 1959 all'Università di Bologna e poco dopo viene assunto nell'ufficio tecnico del Cavallino, all'epoca diretto da Carlo Chiti.
La svolta nella carriera di Forghieri arriva nel 1961 quando Chiti lascia la Ferrari insieme a Romolo Tavoni e ad altri tecnici e progettisti per fondare la ATS. Mauro, a soli 26 anni, viene nominato responsabile tecnico del reparto corse del Cavallino (che in quegli anni è focalizzato sulla F1 e sui prototipi).
Inizialmente Mauro Forghieri si occupa di motori ma col passare del tempo interviene anche su altri aspetti meccanici: è lui, ad esempio, che migliora la stabilità nei curvoni veloci della mitica 250 GTO intervenendo sul ponte posteriore.

Le prime vittorie

Il 1963 è l'anno in cui arrivano i primi successi per la Ferrari sotto la direzione Forghieri: il britannico John Surtees si aggiudica il GP di Germania di F1, i nostri Ludovico Scarfiotti e Lorenzo Bandini portano a casa la 24 Ore di Le Mans al volante della 250P e arriva anche il titolo Mondiale Sportprototipi.L'anno seguente Mauro Forghieri festeggia il suo primo Mondiale F1 (doppietta: Costruttori e Surtees tra i Piloti) e il secondo campionato del mondo sportprototipi. Senza dimenticare il gradino più alto del podio di Le Mans conquistato dalla 275P guidata dal francese Jean Guichet e dal nostro Nino Vaccarella.

Dominio nell'endurance